Bianchi i giorni che sovrastano le notti

 Jean Loup Champion

A cura di Maria Pia De Chiara | 18/10 – 11/01

Opening: 18/10 h 19:00 | #mapilsChampion

La Mapils Gallery presenta la mostra Bianchi i giorni che sovrastano le notti di Jean-Loup Champion che inaugura a Napoli il 18 ottobre 2018 a partire dalle ore 19.00. A cura di Maria Pia De Chiara, la personale sarà visibile a Palazzo Serra di Cassano in via Monte di Dio, fino al giorno 11 gennaio 2019.

Di origine francese, l’artista Jean-Loup Champion è nato a Tours, ma vive e lavora a Parigi e arriva a Napoli con una mostra personale in cui propone una produzione inedita realizzata negli ultimi anni. Si è avvicinato alla scultura nel 2006, continuando il suo lavoro di editore e la sua attività di storico dell’arte. Il trauma generato da tre trapianti di fegato consecutivi, gli ha fatto scoprire, e quindi esprimere, un altro corpo e un altro mondo, bianco e tridimensionale.

Dopo avere, per dieci anni, realizzato ed esposto le sue sculture, circoscritte dentro i confini di “scatole”, che hanno suscitato l’attenzione di collezionisti, artisti, curatori e storici dell’arte, Jean-Loup Champion si è dedicato, nel 2017, ad una nuova serie di opere intitolate Monumenti. Tali opere, evocative a volte delle tombe etrusche, rimandano ai monumenti funerari barocchi di Napoli e alle sculture bianche di Cy Twombly.

Questi bozzetti di sepolcri o fantasmi, sono risolutamente contemporanei e concettuali. Realizzati in legno e materiali vari, sono sempre dipinte di bianco. È alla Mapils Gallery di Napoli che questi Monumenti saranno esposti per la prima volta, assieme a quattro bronzi patinati.

Bianchi i giorni che sovrastano le notti – Jean Loup Champion

Photo credit: Fabio Speranza

Testo critico di Angela Tecce

“Simul ante retroque prospiciens”[1]

“Sono convinto che il mio viso debba

apparire come una vaga massa biancastra, esangue…

un’apparizione malcerta.

Le teste, le persone … non possiedono una vera consistenza”[2]

 

C’è stato un momento, tra il IV e V secolo in cui, nei sarcofagi destinati alla classe più abbiente della società romana, compaiono sia immagini pagane che simboli cristiani; non si tratta di una questione di sincretismo ma, come ci avverte Petrarca, della necessità di guardare lontano, da un tornante che si affaccia sul futuro, rimanendo ben poggiati su un passato che ha la solidità del marmo, e che a questo marmo ha consegnato il proprio senso. A differenza dei sarcofagi etruschi, sormontati dalle figure dei giacenti, quelli romani non raffigurano – se non raramente – i loro destinatari, ciò che parla in loro vece sono i miti, le speranze, i simboli religiosi che ne incidono profondamente la superfice, trasformandoli in vere e proprie narrazioni del mondo secolare, un mondo che fissa lo sguardo nell’abisso del mito in attesa della Parusia.

E’ questo il ricordo più immediato che emerge alla memoria osservando questi personaggi creati da Jean-Loup Champion,  sono figure umane che intravediamo a volte sotto una coltre candida, simili a sentinelle di epoche lontane – come la raffigurazione egizia di Maya e Merit, nel Museo di Leida, o, più vicini a noi, gli enigmatici Sette savi di Fausto Melotti o La sete di Arturo Martini – la cui scabra superfice è al limite dell’intelligibilità formale, ma che evocano anche le bianche sculture di Cy Twombly e i bozzetti in gesso di Giacomo Manzù. Una sinfonia di voci arcaiche e contemporanee, cui si aggiunge quella sommessa ma limpida di Champion, intento a distillare forme che alludono a esistenze già consumate ma il cui ricordo non giace inerte, tutt’altro, come dimostra la maliziosa rievocazione di un’alata ‘Vittoria’[3], sfida alla retorica del tempo divoratore.

Chi sono i personaggi cui l’artista ha elevato questi micro-monumenti? Riusciamo ancora a capire la forza con cui hanno cercato di stare al mondo e anche che – nonostante il tempo ne abbia dissolto l’orgoglio dei corpi – essi restano uomini e donne spavaldi nell’affrontare le tormente dei secoli, forse dei millenni, che ne hanno reso indistinti fattezze e corpi lasciando però affiorare le tracce del loro essere nel mondo. Sono creature ricoperte da una coltre candida o erose come rocce che il tempo abbia scolpito in forme vagamente umane, ma quel che conta non è quello che è scomparso, ma quanto ancora riusciamo a leggere nei podi su cui poggiano, popolati di segni e segnali di percorsi vitali ancora pulsanti di passioni ed emozioni. La condotta plastica – spietata nel dissimulare e tormentare le forme dei corpi – si fa qui delicata e prudente, quasi ombrosa, nel rievocare attraverso lievi tocchi, volumetrie appena accennate, un mondo popolato di ricordi e aspirazioni, dove passato e futuro sono facce di una stessa medaglia. Compaiono ancora, ad animare e ingentilire le facce di questi rigidi volumi, piccole bambole[4], utensili, piani che si intersecano in una meccanica complessa, lievi increspature della superfice: onde, sogni, desideri inappagati, patimenti dell’anima.[5] A volte si tratta di vere e proprie scene, indistinte, dai molti personaggi, che sembrano agire o parlarsi per qualche scopo a noi ignoto, altre volte i corpi, di spalle, si allontanano (e qui non si può non pensare a Ocean without shore, la serie creata da Bill Viola) verso ciò che è eternamente nascosto[6].

Nell’incerto biancore di queste superfici appaiono uomini intenti a celebrare silenziose cerimonie di culti sconosciuti e il brulicare della vita quotidiana, dei suoi strumenti, delle sue angosce e dei suoi incubi che affiorano come in un palinsesto, abraso troppe volte perché sia ancora leggibile e nel quale si sovrappongono innumerevoli esistenze. Altre volte il basamento è una massa compatta, indifferenziata, e allora i gisant sono essi stessi muti protagonisti, ignari dell’assenza di pathos cui li condanna la loro indefinitezza somatica e diventano simulacri di quelle vite scagliate dal destino verso un altrove da cui affiorano, oggi, davanti a noi, spettatori non indifferenti a questo dono che Champion ci porta da un paese lontano, che lui solo conosce, in cui passato e futuro appartengono a uno stesso orizzonte.

[1] “Con lo sguardo rivolto nello stesso tempo avanti e indietro” Francesco Petrarca Rerum memorandarum libri, I, 19

[2] A. Giacometti, Scritti, Nodi Sestante, Ascoli Piceno 1995, pag.248

[3] Dall’Arco di Costantino all’Arc de Triomphe la Vittoria promette una gloria inestinguibile

[4] Si tratta delle “animelle”,  le figure destinate a essere rivestite di abiti che le trasformeranno nei protagonisti delle scene presepiali.

[5]Questo patimento, mio bell’amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amorePlatone, Fedro

[6] La parola ebraica ‘alam significa sia “eternità” che “ nascondere”, secondo l’ambiguo messaggio del Dio degli ebrei a Mosè, che lo interroga per conoscere il suo nome.